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lunedì, 07 aprile 2008

 

 

 

 

non ho più internet, quindi l'uso del termine "aggiornamento" per quello che riguarda questa pagina diviene, se possibile, ancora meno realistico di quanto non fosse in precedenza. Baci :)


postato da: francescoghezzi alle ore 15:35 | link | commenti (6)
categorie:
giovedì, 25 ottobre 2007

 

 

 

 

 

 

 


camicia lavata alla sedia, capelli alla luna,
faccia sotto il letto- pour en finir avec your love-
sono un ateo con l'anima sotto la gonna di una ragazza
in regalo disegni osceni e margherita del cuore strappata   
a braccetto aspirina e febbre in due case diverse
mal di testa in una stanza
orgasmo nel deposito dei bagagli
la frase della protagonista già violentata
da fortuna, confine di Stato, problemi con i passaporti,
stretto nelle maniche votando su un banco di scuola
alle quattro con le canzoni isteriche
della sveglia a forma di lumaca giallina
la mia sveglia non mi ama veramente
parla di lei a Radio Kafka di affari del tutto astratti
alle nove l'ennesimo sogno, mi sono sentito a casa
alla stazione dei treni di F. camminavo per mano con Zhang Zhiyi
il 9 febbraio il mio compleanno e il suo compleanno
non ricordavo fosse così bella
più attraente di qualsiasi film porno o poesia possibile
seduta a ascoltarmi leggere traducendo in ideogrammi emozione,
intimità, guanti di lana nel cassetto
con un topolino cucito sopra- che femminuccia sono-
da sveglio immaginandola sul mio letto freddo
sono un poeta quindi continuando a scriverlo succederà
come una volta tiepida, al cinema, un film di Kusturica,
sono andato a respirare profondamente nei bagni degli uomini
comunque imparare le lingue è una mia specialità
cucinare tre o quattro cose istintivamente
per fortuna non capisco niente di meccanica
non so nemmeno stringere una lampadina
mettermi un preservativo mi fa arrossire
all'improvviso ferito dalla circostanza

 

 

 

 


postato da: francescoghezzi alle ore 19:40 | link | commenti (14)
categorie:
sabato, 20 ottobre 2007

 

 

 

 


DIFETTOSA, ESPANSIVA, INGENUA E TRASPARENTE

 

 


Cuore cuore cuore,
sul lungomare a Cannes, c'est cool-
il giorno della premiazione al pomeriggio,
altre scene da un matrimonio, lei ceka, come parla la sua lingua triste-
i parenti della sposa e una monaca che passa attraverso,
introversa figura sullo sfondo- in ricchezza e in povertà-
continua a spiccicare le visioni dal mio album- da vorrei verso ti amo-
senza un secondo ma con un terzo un quarto
un quinto fine un sesto come il senso e saltando
un peccato capitale, passare all'ottavo
fine e fine- e versare la bella e brutta copia
del mio amore- con le correzioni a ciliegie, cerises,
e lamponi, e l'erba voglio- mi piace il lunedì, come suona
in italiano, perfetto, romantico come la treccia di Giulietta-
affezionato all'etichetta dell'estratto di chiodi di garofano,
non mi va di sentire il mal di denti,
staffilococco staffilococco il tuo Francesco ti ha stupito-
ma ho avuto una tosse a bocca premuta contro il panno
quando ho detto -mi piace anche il rosso-
e scoparmi i ragazzi mi piace talmente
che mi piace scoparmi le ragazze,
acquario confuso, dovrei essere meno lunatico,
dovrei dare un bacio tutto di seguito, senza lingua,
ti amo, ti amo e tu sei matta, dovrei, condizionale, ti amo-

 

 

 

 


JE T'AIME LE LUNDI

 

 


Je t'aime le lundi- in vendita-
maleducata, a effetto, con un foglio di carta,
un bicchiere di vetro quasi vuoto-
una bustina di tè infradiciata,
uccellacci e uccellini, e tu fiorivi / sfiorivano le viole-
la mattina passa nelle camere vuote,
il fascino è un altra manica già annodata e stretta-
svegliarsi di soprassalto, o innamorati- 
oppure una gelosia da ragazzo viziato- 
oggi ho immaginato di carezzare il gatto di mia sorella
mentre mi veniva in mente nel dormiveglia l'inizio di una poesia
piantata e innaffiata alle ginocchia di una ragazza carina
sanità e santità essere cattolici o protestanti o evangelici
o avventisti del settimo giorno,
ognuna di queste cose un disinfettante inefficace per l'io,
per la bocca finta della bambola che scatta
a fare il verso a un bacio, 
infedele dal duemila in là a tutte le mie amiche-

 

 

 

 

 

DEDICA IN FORMA APERTA A LASCIARLA INCOMPIUTA

 

 


io con la mia tristezza, caduti fuori dal letto,
le possibilità di tradirsi, come lasciarsi in bellezza-
tutte le coccinelle, camomilla, marijuana, mimosa-
shampoo per capelli delicati
cosa me ne faccio di scrivere
se diluita al maltempo la mia pressione sbianca- 
specchio specchio quanti sono i miei desideri
ho dormito con il pupazzo tutta la notte
ho sognato S.Francesco e S.Chiara,
sono stato presuntuoso parlando di poesia-
mi sento fuori moda, fredda fortuna e sfortuna,
i profilattici talmente inadatti a trattenere la timidezza,
mi viene in mente una frase - tristissimi avanzi-
come scriverle a memoria-
o cercare di afferrarle il cuore,
provarle a voce indosso il filo scolorito
dalla stessa matassa di me,
sesso slegato che attraversa la seconda faccia della luna
o le quattro e un quarto del mattino,
quando mi squilla scandalosa nel telefono,
l'infermiera che entra disinvolta-
puttana, quindi candida-
non fosse per un fiore di globuli rossi sul camice,
all'altezza del seno-

 

 

 

 

 

SCRITTURA INTIMA E PATETICA E INGENUA, TOUJOURS UN STYLE DE MOI

 

 


l'intelligenza, una bambina di sei anni che disegna in bianco e nero le figure dei personaggi di un cartone animato di Walt Disney a matita,
il fascino della poesia francese e inglese in un trentatre giri blu di vinile, S.Valentino, quattordici febbraio, ho pochi euro di prosa o uova o poesia o molle dilette-
quattordici febbraio, passarmi una mano, sempre la stessa, sulle labbra- con l'altra stendere le pieghe delle lenzuola-
le mani in tasca, davanti alla telecamera spenta- la mia faccia inquadrata nel continuo tempo presente,
è un'invidiosa fredda brina, Shakespeare- che suona come ''pene d'amor perdute'',
in qualsiasi lingua le TV le voci inesistenti nel bagno dicano Bonne Année-
finirò per non sposarmi, la settimana scorsa faceva freddo, e io non ho vestiti adatti, guarda il mio certificato di malattia, sono anemico-
niente nascite, ne' fidanzate, il cielo è splendentemente azzurro, non mi va di dire le preghiere, come fare finta di niente, ne' discorsi a una lei futura, dirle dovevamo anche cucinare, non avevamo soldi a sufficienza-
ma gonne tagliate, posate, cinque semi d'arancio, piatti lavati nell'acqua tiepida a febbraio-
quando la lascio, riscritta in versi usati-
il participio futuro che mi si scolorisce addosso, all'intervallo delle sei ore e quaranta-

 

 

 

 


ANEMICA CON DEDICA A VIRGINIE DESPENTES E ALTRA METRICA

 

 


Letta riletta straletta Elisa B.
fra Firenze e l'America e i campanelli
di Hiroshima è vaga leggerezza e non
rischiara maggio e neppure aria viziata,
lei è bravissima, sfugge al medico curante,
la ricetta, amore mio, ti porto in giro spenta
oppure liberty, baby, esibizionismo e a seguire
macchia sull'inguine, la stessa ingenuità,
nell'analisi mi mette in conto Sylvia Plath,
senti, è ossigeno per la poesia nuova,
è che drinking vinegar from tin cups suona,
in italiano, bevendo aceto da bicchieri di latta-
è la sillaba ripetuta -in- a suonare metallica;
scende le scale lavate, candeggina ma eclatante e preme
la bocca contro il fazzoletto lunedì mattina, il reggiseno bianco
pagina fuori dalla camicetta- putain, il fait beau-
- ouais, ça fait mal aux yeux- commessa al Virgin Megastore
e alla rivista porno- un caso letterario-
letta nel retrocopertina, accanto al prezzo in franchi-
quarantamila copie, e nel novantatre il film
con la Anderson e la Bach- mi cade di tasca un milione
a dollari verdi americani, le diecimila lire
non cadono da sole, le getto a trecce e gatti sparse
a farla girare, la ragazza acconciata diversa fra pallida e sensuale,
al tuorlo d'uovo stretta al bianco alle lenzuola,
mi alzo depresso e lei disfa la matassa
alla finestra alla bandiera rossa all'internazionale a strofe
e le donne di Preveza- in altre parole la morte-
fanno l'amore come se sbucciassero cipolle-

 

 

 


postato da: francescoghezzi alle ore 16:23 | link | commenti (1)
categorie:
martedì, 16 ottobre 2007

 

 

 

 

anonimo capelli corti, faccia pallida da assassino
in piedi accanto alla sedia- il microfono acceso
vene di sangue blu visibili come una svastica
polsi della camicia abbottonati, collage lamentoso
io sono l'esempio di quello che la poesia non vuole fare
pubblicità non convenzionale il mio io
elegante stravaganza in rime
appunti di poesia nelle tasche
cercasi vasca da bagno senza fondo
sogni affollano la lente del telescopio
di qui a un mese in treno a Bordeaux
più tempo per dormire in terza classe
mondo rovesciato sul lenzuolo della SNCF
oppure in aereo a Amsterdam le autostrade viste dal satellite
gomitolo per i giochi del gatto come a casa
i miei pensieri sono pensieri di pettinare bambole profumate di plastica
tenerezza soffitti letti fumo scope di Walt Disney
il cuore che perde pezzi sulla pagina baciando Rimbaud
pericoloso sporgersi dal buco della serratura
vorrei essere io Elena P. insegnante di russo giovanissima
triste seduta sul letto dove ha dormito Aleksandr Blok

 

 

 


postato da: francescoghezzi alle ore 15:52 | link | commenti (6)
categorie:
lunedì, 15 ottobre 2007

 

 

 

pomeriggio di conversazioni
mia mamma con la febbre
Fanny morì quando Elisa aveva sei anni
A. non aveva vizi a parte il fumo
un grande amore per-
se ne stava seduto nelle pause
prima della malattia al cervello
gli anni Settanta, o ancora prima-
poesia extraterrestre- scene di sesso sulle banconote
le giapponesine le disegnano così
ma in Europa e in America le ragazze vengono da Marte
con le tasche piene di assorbenti interni
come diventare omosessuali rifacendo i letti
una ragazza con la gonna blu
con dentro una ragazza con le calze rosse
lune di dicembre e giochi di carte l'anno passa
poesia pornografia povertà
non posso fare l'amore tutte le volte
lunedì martedì mercoledì giovedì venerdì
dovrei avere più soldi 
essere io il cameriere in camicia bianca
intorno ai tavoli sotto la lampadina triste
la fidanzata seduta da sola mentre aspetta le undici
macchia blu sulla tovaglia con occhi e bocca e lingua
voce da ragazzina timida le prime volte


 

 

 


postato da: francescoghezzi alle ore 22:38 | link | commenti
categorie:
giovedì, 11 ottobre 2007

 

 

 

* per Alessandro Ansuini

 

 

poesia mamma del delitto la ragazza viene dopo
plastici come ai tempi di Sabrine M. e Nyla Thai
sotto le lenzuola bagnate di corpi fantasma
lune di dicembre e giochi di carte
oppure anima di carta battuta a macchina
in Europa e in America le ragazze arrivano da Marte
io ho sognato di avere un cazzo dentro il cazzo
ho preso in bocca il terzo
guida a come diventare omosessuale in 24 poesie
una ragazza con la gonna blu
con dentro una ragazza con le calze rosse
qualunque occhio possa distinguerle
non può dipingerle ma può provare l'orgasmo
del punto poetico nelle ossa
di pollo o di farfalla, A.A.-
"le fotografie sono-" le ore in Inghilterra
la riproduzione di te spalancata,
l'inverno è il progetto d’un corpo
che può armonioso dirsi io
"io no, io preferisco l'autunno"
barba lunga di un pomeriggio
 -ma tu non dormi mai -
"per una visita medica mi piaceva ballare"
sbiancata come una puttana insicura di-

 


 

 


postato da: francescoghezzi alle ore 15:29 | link | commenti (3)
categorie:
sabato, 25 agosto 2007

 

 

 

 

 

 

poesia scritta con meno capelli e la faccia meno dolce della fotografia incollata sulla carta d'identità
mi dispiace non mi ricordo di essere stato io quel corpo che guarda la Francia qualche mese prima dell'euro
in faccia il flash della cabina delle fototessere
il ricordo di un suicidio di cinque anni fa giù da un tetto girogirotondo casca il mondo spacca la testa che conteneva la Terra più una mezza preghiera una soap opera un voto alle politiche, ladri, poesie, fiori, preservativi- folla sui ponti-
la guardia medica con l'ambulanza a sirene spente a settembre
alle 5 del mattino arriva la dottoressa con la siringa
facce verdi- ombrelli vecchi lasciati qui- la luce che salta in bagno- fili intrecciati, fiori secchi, nessuno nel vano della finestra piena di mani in sogno e questo
non è che un intervallo disse la tomba
pensando che dovrei lavarmi i capelli dopo venti giorni
piangere per il sapone negli occhi come da bambino 
ma la poesia ha qualcosa che io non ho
non faccio che ricopiare pettegolezzi dal mondo dei sogni
quasi in diretta fino sul foglio di carta
come dire quest'attività è venduta, questi sono i sospetti
le mutandine di L. assenzio rosso appese a asciugare fuori
nuvole scure aria immobile fili senza uccelli-
sono uno scrittore zuccherato e triste
che scrive poesia zuccherata e triste
su quattro amori passati sesso facce arrossite
io rimango dietro la porta chiusa
perché non riesco mai a sognare di fare l'amore
come il gatto G. dei fumetti che toglie i lunedì dal calendario
lo spirito chiude la comunicazione prima di riuscire a venire
in faccia alla tristezza di quei sogni
o allo stesso tempo sulle lenzuola in questo mondo
perché non parlare del perché non ho una fidanzata 
Verlaine sotto la sedia con la stanza sopra
respiro in bocca e mani piene di pistole
ho le labbra spellate e vecchie disgrazie rivissute in sogno- future stupidaggini da compiere- poesie da scrivere- pioggia grigia, occhi arrossati, pozzanghere fredde, persiane chiuse, nomi sui campanelli- i sabati pomeriggio della morte-
dolcissimo distaccato deperibile delicato- non è una novità-
ho solo trentacinque anni e sono già talmente triste

 

 

 


postato da: francescoghezzi alle ore 21:46 | link | commenti (1)
categorie:
giovedì, 26 luglio 2007

 

 

 

Nous n’avons fait que fuir, nous cogner dans les angles,
Nous n’avons fait que fuir,
Et sur la longue route,
Des chiens resplendissants deviennent nos alliés,
J’ai connu des rideaux de pluie à draper des cités souveraines et ultimes,
Des cerceaux déchirés couronnant les chapelles de la désespérance,
Et tourne l’onde,
Et tourne l’onde,
Et tourne l’onde,
Et tourne, et reviens-moi au centuple,
Reste,
Accroche,
Rêche,
Me caresse,
Me saoule,
Et me saborde,
Dérape,
S’enroule,
Pourri malheur,
Pourrie chaleur,
Et devient familier le chant des automates,
On est plombé mon frère des oripeaux de plomb je te dis,
De la tonne superflue,
Carcan,
Jour et nuit,
Carcan,
Fossoyeur,
Carcan,
Tout sourire,
Aux dents vertes,
Et nous consommerons,
Cramés par des soleils de pilule d’apparat,
Cernés par le fatras trop habile,
Et tu pourras ployer,
Personne ne verra rien,
Puis, des anciens charmes qui te remontent enfin du dernier des « je t’aime »,
J’aperçois des caboches saturées de limaille,
Qui replongent leurs yeux encore à l’horizon,
Et les possibles errances à la poitrine fière et toujours en douceur,
On a l’art des ruisseaux,
On a l’art de la plaine,
On a l’art des sommets,
On a l’art des centaines de milliers de combattants de la petite vie qui se cognent aux parois, On a l’art de faire exploser les parois,
On a l’art des constellations,
On a l’art des chairs brutes,
Mais on a l’art de la guerre,
Et on a l’art du fracas,
Et on a l’art de la pente de douceur,
Et on a l’art du silence,
Dis-moi, est-ce que je peux ?
Dis-moi, est-ce que je peux ?
Entourer de ma peau ton joyau de platine,
Je l’ai vu qui palpite sur le bord du chemin,
Je l’ai vu qui palpite sur le bord du chemin,
C’est vrai… c’est pourtant vrai… c’est vrai… c’est pourtant vrai… c’est vrai… c’est pourtant vrai…
Le caveau est immense,
Même la pierre a bondi,
Elle veut se mesurer aux planètes, à la voûte,
Elle peut donner des cours d’une autre architecture building,
Tu l’as vu mon éclat,
Il est du au hasard,
Enfin on dit comme çà,
Ma forme était connue depuis la nuit des temps,
Je parle de maintenant, ici et maintenant,
Allez, allez, salut cousin,
Bonjour à tes nuages,
Un cortège se met en route,
Une kyrielle d’assassins,
Tous insectes de proie,
Ils marchent, ils avancent,
Ils signent du bout des lèvres leur projet pour le siècle,
Oublient les yeux crevés.
ALERTE, ALERTE !
Tous aux abris,
Aux quatre ventres chauds qui te protégeront,
Retourne chez ta mère,
Ta mère,
Ta mère,
Ta mère était blonde,
Blonde comme les blés,
Elle laissait s’écouler des trésors de chaleur de la chair de sa voix,
A moins qu’elle n’ai été demi-princesse indienne,
Te faisant boire la nuit,
Des breuvages cuivrés comme une peau d’iguane,
Et approche tes lèvres… approche… approche tes lèvres… approche… approche tes lèvres…
Approche,
Plonge,
Redis-moi d’où tu viens,
S’écoule au fond du puit le remède ancestral,
Où l’on n’existe pas,
Ou l’on peut tout saisir dans le feu d’un éclair,
Dans les demi clins d’œil,
Et claque ton étendard au vent et chuuuut…
On le garde au secret,
Avale ta langue… maintenant !
On te saisira tout, huissiers, corbeaux, vautours, charognards, tortabess ( ? ), identité, police,
Le milliard de pétales de roses blanches disposé,
Délicat,
Sous nos petits pas, monstres,
Et me nage,
Puis m’énerve…
Me suis couché,
M’étends,
L’onde parcours mon flanc,
La marche du serpent peut reprendre ses droits,
ALERTE ! ALERTE ROUGE ! ALERTE !
Pourquoi rouge d’ailleurs ?
A-t-on jamais vu des alertes bleu ciel ?
Et le crétin céleste enveloppé dans le cosmos a flotté dans l’éther,
Pénard,
Troué l’azur,
ET MERDE !
Avions fusées en chasse,
Cà pouvait pas durer,
Zèbres acier sans savanes,
Aux sanglantes parures,
Striant la toile et cravache,
Silence,
En bas le sol crevé…en bas le sol crevé… en bas le sol crevé…
En bas le sol crevé,
Offrant sa panse intime à la morsure du ciel,
ALERTE ! ALERTE !
Paraît qu’on est des anges au paradis des octaves,
Qu’on peut gravir facile,
C’est question d’entraînement,
C’est pas pour les potiches,
Sale petite peste,
Pudding,
Cœur bouilli,
Sauce anglaise à la menthe,
Il faudra qu’on t’enseigne l’esquive frontale,
Une muleta blême,
Qui se rêve immobile.
Qu’est-ce qu’y a ?
Qu’est-ce qu’y a, tu dis rien ? Tu as perdu ta langue ? Qu’est-ce qu’y a, tu dis rien ?
Qu’est-ce qu’y a, tu dis rien ? Tu as perdu ta langue ?
Qu’est-ce qu’y a, tu dis rien ? Tu as perdu ta langue ? Bah ouais…
Bah, qu’est-ce qu’y a, tu dis rien ?
Tu as perdu ta langue ?
Alors, ces anges-là,
Alors, ces angelots de la muerte câline,
Se désolidarisent,
Sont engins du désastre,
Harnachés corps et âmes,
Sur leurs armures brillantes,
On peut voir le reflet de nos pauvres carcasses au regard qui s’affaisse,
Oc tac ! Pitié, je n’ai pas…tu sais…pourquoi…souviens-tu…moi aussi j’aurai…on n’y peut…mais bien sûr…j’y vais…d’accord…donc…rassemble-moi…puzzle,
Débris d’éclaboussure,
SOLE MIO !
Raclure,
On a droit au repos à la fin oui ou non ?
Tu perds ta langue, enfant ?
Tu as perdu ta langue ?
Je connais des collines qui s’imaginent reines,
Reines sur l’opéra des orages féminins,
Et tu peux doucement poser ta tête nue,
Sur leurs courbes de pins,
De joie et de misère,
Je connais des collines qui s’imaginent reines,
Reines sur l’opéra des orages féminins,
Et tu peux doucement poser ta tête nue,
Sur leurs courbes de pins,
De joie et de misère,
Ces morsures de poussière,
Mais poussière accueillante,
Des tissus élastiques,
De la chair de printemps,
Un carrousel vibrant sur un axe impétueux,
C’est tout dit !
Le sang mélangé,
C’est tout dit !
Au son des astres morts,
C’est tout dit !
Le sang mélangé,
C’est tout dit !
Prenez-nous pour des cons,
Prenez-nous pour des chiens,
Continuez,
Ne vous gênez pas,
Vos crachats ça nous fait une coquille de cristal,
Il suffit d’empoigner la crinière de l’étoile,
Moi aussi, j’adorais les courses de bagnoles américaines à la télévision,
Et puis les cris stridents des pneus chauffés à blanc,
Tôle froissée sur l’asphalte,
Et tout ce cimetière de la calandre acier,
Cà ne vaut pas c’est sûr,
Des armées de révolutionnaires s’optimisant toc,
C’est bien, et puis c’est pas cher,
Nous clamons,
Morfale,
Notre dose abrutie,
Maintenant je suis lofteur ou lofteux ou loqueteux,
C’est selon,
C’est pas grave,
Cà passera,
C’est qu’on a le fondement à la taille XXL,
Tentons d’organiser les litanies infimes,
C’est pour me dire à moi que je suis son absent,
Que j’appartiens déjà à l’autre rive intime,
Que pour ça je respire plus profondément…
Que pour ça je respire plus profondément…
Que pour ça je respire plus profondément…
Que pour ça je respire plus… plus profondément,
Tentons d’organiser les litanies infimes,
C’est pour me dire à moi que je suis son absent,
Que j’appartiens déjà à l’autre rive intime,
Que pour ça je respire plus profondément…
Que pour ça je respire plus profondément…
C’est que le monde passe vite,
Deux, trois dimanche en pleine lumière,
Et des enfants qui courent,
Les vieux claquent leurs dents sur des vitraux sans Dieux,
Et l’apéritif n’en finit pas de raconter sa vie,
Et la vie est passée,
Et la vie est derrière,
La vie était partout,
Et la vie est nulle part,
Il y a que tout ou presque se passe au bord de l’ombre,
A demi mot perdu,
Au carrefour des mystères,
Effluent souterrain,
Nous n’avons fait que fuir, nous cogner dans les angles,
Nous n’avons fait que fuir, nous cogner dans les angles,
Nous n’avons fait que fuir, nous cogner dans les angles,
Entre les lampadaires,
Des années lumière du salut éternel,
Salut, comment vas-tu ?
Moi ça va, toi ça va ? moi ça va,
C’est bien, c’est très bien, c’est très très bien, oui c’est bien,
On a presque compris,
Les murs sont familiers.
Tu perds ta langue enfin ?
Tu as perdu ta langue ?
Tu perds ta langue ?
Tu as perdu ta langue ?
Pauvre sac d’os et d’excrément,
Tu te pavanes de l’aube au crépuscule,
Et ce n’est pas danser,
Et ce n’est pas esquisser d’un pas,
Et ce n’est pas fouetter l’air d’un geste détaché,
Et ce n’est pas l’élégance,
Loin s’en faut,
Des lignes si fuyantes qu’on les croyait sans fin,
Quasi inexistantes,
C’est marteler encore, et toujours la terre,
L’enfoncer sous ses pas,
Se la coller la glaise,
Sous mes semelles de plomb,
On me fait signe dans un autre hémisphère,
Syndrome chinois,
Fulgurance,
Transperce le noyau de feu et de magma,
On m’appelle sous d’autres latitudes,
Où les fleurs de cactus,
Et de grands magnolias,
Où des palétuviers disputent aux bétonneuses les royaumes ordinaires,
Qu’est ce qu’y a tu dis rien ?
Tu as perdu ta langue ?
Qu’est ce qu’y a tu dis rien ?
Tu as perdu ta langue ?
Et c’est au ralenti,
Que le défilé coule,
Et se répand aux quatre coins de l’écran,
C’est entre parenthèse, dans un temps qui n’existe pas,
Les horloges se sont mises en grève,
En ordre de bataille,
De combat,
Immobiles,
Présentez petite aiguille !
Grande aiguille !
Repos !
Et comment tu leur parles toi aux montres à quartz ?
Il faudra l’inventer le médiateur final,
Foutez-moi tout çà au gnouf,
Et puis à la décharge,
Et puis concassez-moi ces breloques,
Et c’est comme chez Lipp,
Tout çà ma bonne dame,
Au rouleau compresseur,
Oui t’as bien raison de venir du fond du grand bocal,
Des régions qu’ils appellent bassins industriels,
Les mêmes que sur le chemin des guerres,
A l’aller,
Au retour,
Y’en aura pour tout le monde,
Et puis t’auras du boulot,
Jusqu’à ce qu’il n’y en ai plus,
Faut pas rêver oh, faut pas rêver…
Tiens-toi bien à ta barre :
L’horizon c’est des conneries inventées par les utopistes,
Si tu veux la porte,
Elle est là !!!
Des millions de gueules grandes ouvertes,
Qui ont plus faim que toi,
Mais qui sont pas plus fortes que toi,
Car si tu collabores,
Car si tu persévères,
Nous te protègerons de notre bras armé,
C’est que nous on aurait voulu qu’on nous parle gentiment,
Pas qu’on nous mente,
Non… mais qu’on nous parle gentiment,
C’est pour changer des marteaux,
Pour changer des enclumes,
Puis bien sûr, çà recommence,
On s’est fait marteler,
On s’est fait encrimer,
Faudrait qu’on prenne la tangente,
Ouais faudrait qu’on prenne la tangente alors,
La diagonale et zou !
64 cases, et 8 fois 8,
L’infini renouvelé toujours,
Survolé,
Grand format,
On se prend à y croire,
A ces combinaisons des infinis possibles,
Nous n’avons fait que fuir, nous cogner dans les angles.
Maintenant qu’on envisage la voûte céleste,
Et le goût des cerises à défaut de leur temps,
Encore qu’il ne faut pas,
Qu’il ne faudra jamais se départir de ça,
De ce miel,
De ce vent de la fin de l’été,
Et des grands peupliers si doucement courbés,
Les hautes herbes toutes inclinées sous l’évidence tiède,
Mais pas soumises,
Mais pas soumises hein ?
Non !
Verticales dans l’âme,
Seulement reconnaissantes pour le présent offert,
Pour la caresse fauve,
Et les jeunes filles alors,
Sont les sœurs des rubans,
On les dirait flottantes,
Sur une mer de silence,
Et la ville endormie rêve de barricades,
Allez on n’oublie rien !
Allez on n’oublie rien !
Tu perds ta langue enfin ?
Est-ce que tu as perdu ta langue ?
Tu perds ta langue enfin ?
Est-ce que tu as perdu ta langue ?
Tu perds ta langue enfin ?
As-tu perdu ta langue ?
Nous n’avons fait que fuir, nous cogner dans les angles,
Nous n’avons fait que fuir, nous cogner dans les angles.
Mais dans le cercle alors,
On pourrait s’immoler sur des cimes vertiges,
Pas pour tourner en rond,
Comme on le crois parfois,
Non…
Pour créer des spirales,
Des colonnes aspirantes,
Et je tiens mon pégase ?
Je ne le lâche pas,
Je l’ai monté à cru,
Il est aussi sauvage que je suis devenu,
Après avoir appris l’alphabet pourrissant,
Des grands calculateurs,
A hauteur d’escabeau,
A ras des certitudes attablées,
A quoi bon ?!
Chérie, je suis devenu rationnel,
Le jour d’après,
Cynique,
Et je ne sens plus rien,
A présent, tout me glisse dessus,
Me coule à l’extérieur,
Je sais me débrouiller avec le brou ha-ha,
Et avec le bruit des masses,
Je suis intoxiqué volontaire,
Sur adapté chronique,
Prenez-moi comme exemple,
Comme jeune premier,
Comme mannequin vedette,
Je sais me mettre en scène,
Je sais me défiler,
L’ai-je bien descendu ?
Les ai-je bien descendues les marches du palais d’empereur communiquant,
Des charmants chimpanzés,
Aux mimiques de bronze et aux sourires d’ivoire,
Je suis donc un apôtre de la modernité
Je suis donc un apôtre de la modernité lalala…
Je suis donc un apôtre de la modernité… là voilà,
La table est dressée,
Nous sommes tous autour,
Le chef n’est pas là,
Il a été retenu,
Mais… j’ai la croix,
La couronne ( elle est belle),
La multiplication ( efficace),
La climatisation ( hum nécessaire) hum…
Gigolo !
Une minute !
Je sens les eaux qui montent,
Et les troupes en chemin,
A travers champs et villages,.
Il font chialer les bustes,
Et les portrais d’ancêtres,
Socle,
Statues déplacées,
Soc,
Charrue blesse la terre,
Eclate les écorces au coin des cheminées,
Du coup,
C’est après mûre et soutenue réflexion,
Que nous avons voulu prendre de la distance avec la peine perdue,
Celle de chaque jour,
Qui se suffisait bien,
Que nous avons fini de labourer nos chairs,
D’attendre en bons amis et patientes maîtresses,
Qu’on nous visite enfin,
Qu’on nous foudroie d’amour,
Il fallait une flèche autrement décochée,
Une qui se planterait,
Comme on plante une griffe dans les poitrails indiens,
Reliée au grand poteau,
Et ça tourne sans fin,
C’est la danse du soleil,
Eh t’as perdu ta langue ?
Tu as perdu ta langue, enfin ?
Dieu est mort !
Nietzsche est mort !
Désenchanté le monde,
Prends ma main Camarade,
J’aurai besoin de toi,
Les tueurs de merveilleux courent toujours,
Arrêtez-les !
Arrêtez-les !
On voudrait discuter,
Mais manque un relais,
Un maillon de la chaîne,
Ou une catapulte.
Invention ! Invention !
On invente un trésor et pas un dépotoir,
Encore que dans l’ordure poussent des fleurs sacrées,
Ouais, j’y tiens, ouais !
L’or,
Et tout çà, ces parures,
Cette attitude vaine,
Ces poses et compagnie,
On le sait , on le sait,
On le sait qu’il suffit d’un rayon de soleil,
On le sait qu’il suffit qu’un rien de soleil se pose au bon endroit,
Sur ce balcon foutoir,
Pour que le chant,
Pour que le chant s’élève.
Et tu n’y pourras rien,
Et je n’y pourrai rien.
Si tu l’as oublié tu as tout oublié !
Et tu peux te baigner dans les baignoires d’or,
Et tu peux te rouler dans la luxure encore,
Et tu peux te pétrir le membre,
Imperator de l’intellect,
Car je sais que çà tu sais,
Car je sais que tu sais,
Que tu sais, que tu sais, que tu sais, que tu sais, que tu sais,
Que sais….
Mais tu sera toujours pauvre,
Dépenaillé,
Minable et creux,
Caracoleur,
Caricature,
Epouvantail qui ne fait peur qu’aux moineaux,
Je t’aime bien,
C’est pas çà,
Je t’aime bien,
C’est pas çà,
Je fais plus que t’aimer,
Allez ! Allez !
Je suis fait du même bois de sang,
De la même écriture,
Nous sommes entre nous,
Tu as perdu ta langue ? Allez ! Tu as perdu ta langue ? Allez !
Tu as perdu ta langue ? Allez ! Tu as perdu ta langue ?
Tu as perdu ta langue ? Allez ! Tu as perdu ta langue ?
Tu as perdu ta langue ? Tu as perdu ta langue ?
Allez ! Allez !
Tu as perdu ta langue ? Allez !
Tu as perdu ta langue ? Allez !
Tu as perdu ta langue ? Allez !
Tu as perdu ta langue ? Allez ?
Tu as perdu ta langue ?
Nous n’avons fait que fuir, nous cogner dans les angles,
Nous n’avons fait que fuir, mais sur la longue route,
Des chiens resplendissants deviennent nos alliés…
Nous n’avons fait que fuir, nous cogner dans les angles,
Nous n’avons fait que fuir,
Et sur la longue route,
Des chiens resplendissants deviennent nos alliés…
Nous n’avons fait que fuir, nous cogner dans les angles,
Nous n’avons fait que fuir,
Des chiens resplendissants deviennent nos alliés…
Nous n’avons fait que fuir, nous cogner dans les angles,
Nous n’avons fait que fuir,
Et sur la longue route,
Des chiens resplendissants deviennent nos alliés…
Nous n’avons fait que fuir, nous cogner dans les angles,
Nous n’avons fait que fuir,
Et sur la longue route,
Des chiens resplendissants deviennent nos alliés…
Nous n’avons fait que fuir, nous cogner dans les angles,
Nous n’avons fait que fuir,
Et sur la longue route,
Des chiens resplendissants deviennent nos alliés…
Nous n’avons fait que fuir, nous cogner dans les angles,
Nous n’avons fait que fuir,
Et sur la longue route,
Des chiens resplendissants deviennent nos alliés…
Nous n’avons fait que fuir, nous cogner dans les angles,
Nous n’avons fait que fuir,
Et sur la longue route,
Des chiens resplendissants deviennent nos alliés…
Nous n’avons fait que fuir, nous cogner dans les angles,
Nous n’avons fait que fuir,
Et sur la longue route,
Des chiens resplendissants deviennent nos alliés…


(Texte de Bertrand CANTAT) Juillet 2002

 


postato da: francescoghezzi alle ore 15:09 | link | commenti
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domenica, 22 luglio 2007

 

 

 

 


ragazza confusa con ragazzo confuso con ragazza
la sera cala su me e mia mamma, neon nell'acqua opaca
lunedì piovoso semafori e luci a piazza Repubblica
devo presentarmi senza vanità ma con il vizio
di scendere all'autostazione appena in tempo
per pisciare ai bagni pubblici oppure prendere appunti
sul disinfettante, sulle scritte nel muro intonacato
per sbaglio dove la poesia continua
nel prossimo numero, oppure a un appuntamento
a casa di lei- mi immaginavo già svestito,
come fosse una santa indiana, una maria peccatrice 
che se ne frega di tentare, poco convinta
del peccato, e per la sua inconcludenza salva-
non ti prendo in giro, davvero non posso baciarti,
con gli sconosciuti non ce la faccio a venire,
impressionato dal pendere incollato
alle mie labbra medesime ma ho perso tempo
a pensare alla fortuna,
ho creduto di poter essere Francesco fino in fondo,
non rifiutarmi mai, democrazia e purezza,
nelle foto vengo mosso,
ho 35 anni e sono dimagrito
occhi fissi su le Monde page seize-
le ragazze quando aprono le gambe
mettono malinconia, non me la sento
di scrivere quante volte ho fatto
l'amore e quante volte no
nel bagno senza finestre, l'acqua chiusa,
lei fica disegnata per latitudine
e longitudine, cuore cucito sul vestito,
di due baci in parti quasi uguali
se ne può far venire fuori uno, dice, e anche
"non sono stata contenta di andare a scuola
non ho imparato tanto, io sono sempre stata stupida,
ti piace di me che cosa? e ho paura del freddo"
"non ho preservativo scusa volevo dire permesso"
ripeti la scena strilla baci tristi dietro la porta
come una bocca spaccata sei vuota
rimpianta, senza fiori in un bicchier d'acqua
in attesa di operarsi in ospedale e smettere con le sigarette
lasciò perdere la laurea e contò le gambe delle sedie
aveva un calendario coi compleanni scritto a penna in bagno
pochi sogni nella stessa casa, la disposizione delle stanze che cambiava
la finestra socchiusa, la tv accesa, il gatto che parlava con voce di ragazza,
si lamentava della monotonia e dell'Europa
la fragilità di scatole costole appartamenti orari delle linee ferroviarie,
una chiamata per gioco alla stazione di Firenze
nuvoloni scuri riflessi nel fiume 
straniera sola al telefonino, 
calze nere sopra il ginocchio
il mio gesto con la mano ieri
dicendo a una commessa "merci", una bugia
quand j'avais cinq ans je m'ai tué
sono uno scrittore con la stessa faccia agitata che aveva lei
contenta per una volta di non credere
che dopo il suicidio rinascerà nuova
è triste che non saprà mai che io ora parlo di lei in una poesia
mi pettino con le mani, i capelli cadono,
non mi piace ballare, mi piace solo sentire il mio nome
ripetuto fin quando non sono io
puttana sull'elenco del telefono
pagina di diario copertina gialla senza più versi di poesia
scarabocchiati su un foglio di carta,
ho straparlato di me stesso per anni
di come essere senza cazzo e senza fica
questa poesia sarà la fine per le riviste di enigmistica
oggi ho fatto il digiuno, ho dato gli avanzi agli uccelli
andando a piedi dal centro alla stazione
lettera a mia nonna battuta a macchina in mente nella pioggia
in pieno giorno a piedi avanti e indietro
quando venni nel corridoio cinque anni fa
sul fiume pubblicità di sapone e case in affitto
io & io attraversati dal traffico
a trent'anni senza cuore col mio stesso nome accanto
persi o seduti in cucina oppure sognati anni prima
io sono il negativo della pagina del cinema
una love story stupida di città
"bambina per bambina uguale ragazza,
l'ultima volta di te parlava,
avvertiva a gesti di essere tu lei"
le infermiere parlano parlano parlano
tu trasformata dai giri dell'orbita terrestre
cammina cammina pianeta rosso
scrivo in questa poesia tutto quello che avresti voluto domandare
a proposito della morte e non sei mai morta
venusiana avvolta in un golfino arancione
le maniche che porti annodate, seduta storta sotto un muro
faccia che guarda distratta una fila di letti 
sottofondo di conversazioni stupide nella tua stupida televisione
dove ragazze di un decennio fa agitano cartelli sullo sfondo
vestiti semplici da casa, capelli tinti di rosso
tutte le iniziali in questa prosa un pomeriggio alle due
con l'altra bella ragazza, appena maggiorenne
sei mattine su sette in manicomio superpulita
più bella della macchina fotografica, della fotocopia, della rosa, della spina
pagata per contare i fiori, togliersi le scarpe
io a fare bolle di sapone quest'anno,
affascinato dalle malattie veneree, con la pressione bassa alla finestra a fissare la mia generazione
con una ragazzina infilata fra le meningi
le mani fredde a letto, tutte le imitazioni di te, la poesia sotto la sedia
l'ispirazione in attesa negli autobus- medico cura te stesso-

 

 

 

 

 

 

 


postato da: francescoghezzi alle ore 14:32 | link | commenti
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martedì, 06 febbraio 2007

 

 

 

 

 


(RISPOSTA A EVE ENSLER, RIMPIANTO DI PASOLINI
COME POESIA ALLA MANIERA DI PASOLINI MEDESIMO,
DISILLUSA RIVISITAZIONE DEI MIEI VENTICINQUE ANNI)

 

 

 

(Eve Ensler: "voglio scendere
dal tapis roulant del capitalismo")

cara Eve, non vale scendere;
smettere di correre, casomai- fermarsi
o, per moderazione- sintomo
di animo mite- voltarsi, alzare
le spalle- questo sarebbe
S.Francesco, se preso per buono
(come se non lo fossi, un poco
per presunzione, un poco
per sfortuna- che è vera)
perché chi scende non si frappone più,
non sta più in mezzo ai piani
e ai panni (sporchi entrambi)
del capitalismo stesso.
Che, ormai rimasto solo, fine a se stesso
in grado neppure più di autodefinirsi
perché privo- per colpa propria, sua stessa
mia grandissima fame- di un sistema
di alternativa, privo di un paragone, etc.

(continua)

ma allora, vuol dire che- non c'è
più psicologia, non c'è morte
per come morti sono gli estremismi
e la pallottola al G8 avrebbe- ucciso, appunto-
perché se, sola, è rimasta la moda,
chi ha meno vita sta nel giusto,
sui giornali e in queste note
che scrivo, mio malgrado, piene
di scontatezza, sotto al neon della farmacia,
mani in tasca- una banconota da venti,
nove centesimi, lo sguardo della ragazza cinese
sul collo della camicia al momento di farmi il resto-
sorriso teso, sensuale, ha capito qualcosa,
lei i suoi ormoni o Yin-
io sono a casa, sono già sparito dal suo negozio-
questo giorno un regalo che cambia
sesso, sebbene inganno, ma sincero
quindi condannato al passato come habitat
e al futuro come rimorso- che è,
a sua volta, scelta, mi ricorda,
tiene a precisare, lei la vita,
precipitata nel disumano rincorrere-
come si accorda nell'idealizzazione del ruolo del poeta
con un cristiano respiro fra le erbacce
del cimitero degli inglesi alle porte della città
sull'ampia discesa assolata che conduce
verso la Porta Romana, i distributori,
casa di Patricia- sparita quasi due anni fa-
si accorda, dove il sesso sia fine
ad altro da me, all'Altro per definizione
e la gioventù non a se stessa- non sterile
riproduzione dell'anagrafe sempre uguale
numero che tende alla melanconia, 
trasmesso dal quotidiano di domani
aperto alla pagina della cronaca cittadina-

ricordare; e, nel ricordo, tradire al presente:
oggi che non so, se questo oggi
("a cui sono arrivato" direi
in un accesso di confidenza, di banalità)
ne sia la necessaria conseguenza
la fine- ingenuo, iniziai a progettare
senza stile questo rimorso,
questa apologia del mio
disperante ritardo- come sono in ritardo,
rispetto alle scoperte dell'adolescenza
e guardo all'autenticità dubbiosa
con cui mi innamoro- sono le ragazze
ma non i loro corpi, che mi lasciano
indifferente, disgustato- e soffro
un fascino, una ammirazione sconnessa
per i corpi dei modelli, nelle foto lucide
dei settimanali- e loro, le femmine, dicono
che sanno, sanno che io sono andato a letto
con tutte loro- io non le sopporto,
non so nemmeno chi siano- inganno-indovinello
che si risolve da solo, macchina della bellezza
o macchina del tempo che servirebbe
alla vanità per rientrare nella pubblicità di Extyn
con anni di ritardo in confronto alle bambole
affisse ai muri- noi ragazzi siamo tutti finocchi-
ho pensato oggi, in giro di sera,
emozione a trent'anni passati, una necessaria immobilità;
al mio carattere, che scambia per destino
la debolezza di mancare nel- dovuto- stringere la realtà
per farne, da doppiofondo di desiderio, vita.
E così perderla alla maturità, alla serietà,
alle responsabilità del cittadino adultissimo;
e, torno a dire, non so se rimpiangere
e di chi aver nostalgia.

.............................................

i turisti non salgono sul 22, non è loro il giro
nella periferia prossima al centro, alle lunghe strade
del pomeriggio stanco di dicembre, dove le finestre in alto
dei palazzi rinascimentali restituiscono il sole
come un anticipo (proletario, poteva scrivere il povero Pasolini,
morto ammazzato da trent'anni- trent'anni
di scongiuri privati in forma di poesia)
(e editoriali di giornale mai troppo arrossiti
dal lavorio di sponda del gazzettiere impassibile
e qui cito Bene) di una primavera
di prati fradici dall'altra parte della penisola,
sull'Adriatico- ecco di nuovo
che le parole forzano un rimpianto, il vento
livido risale dal fiume e richiama alla memoria Aikel-
passa l'autobus in corsa sui lungofiume,
fra le pubblicità in movimento i turisti biondi coi bambini,
stranieri, vale a dire stranieri per non far parte
di questo mio giorno, se io ho sempre tutto, o molto,
rifuggito, molto prima di tradire.
Così sto tradendo di nuovo, il ricordo, la lingua;
un mese di febbraio che se possibile
non appartiene più a nessun passato.
Ma- la scusa- sono molto occupato, grazie,
devo scrivere una poesia, una lettera
per nessun amore- immaginato negli anni '80
quando la masturbazione, descritta,
aveva già anima e corpo le domeniche
con i capelli sempre spettinati, fissando
dai finestrini dell'autobus per riflettere
osservando questa generazione e in questo
sentendomi- causa questa di attacchi
di panico- ripetuto, senza soluzione affidandomi
a una tenerezza che non può l'autobus
numero 22 che passa da San Jacopino,
strada interrotta dai lavori in corso,
né possono gli operai che aspettano nel tempo
il fine settimana- ormai non intimo-
nello sperpero teleguidato
della busta paga- possono, loro sì,
i grovigli di piante morte negli attici,
i pianerottoli alla luce artificiale,
la candeggina, il secchio d'acqua sporca,
non la donna delle pulizie che, anche lei nel tempo,
lava- e non i suoi due figli magri, per strada
all'ora in cui chiudono i negozi, l'ora
in cui una sera spararono in via Maragliano-
la direzione del rumore contro le vetrate
tremanti di luce della stazione dei treni-
e questa dovrebbe essere poesia? dovrebbero
essere versi? e per chi, persona o pensiero,
non gli infiniti sconosciuti
sui marciapiedi, non i tetti di case
a perdita d'occhio- non la sovrimpressione
di macchinari fermi incastrati nei palazzi
disposti vuoti in attesa all'entrata della superstrada-

 

 


*

 

 

Soffia dal mio plesso solare, la forma nella forma,
leggeressenza in forma di rosa di idee, lezioni universitarie,
negozi di vestiti, film al cinema,
espressione della lingua nelle riviste femminili, gemiti nel letto,
brillantezza e intelligenza, idee, numeri di telefono,
semirespiro di violini e fisarmonica in cerchi concentrici alla stanza vuota,
autunni disegnati a lampadina giallaluna,
la morte che suona lassù come "pene d'amor perdute",
in qualsiasi lingua le TV le voci inesistenti nel bagno dicano Bonne Année,
ma la tua foto camicetta nera slacciata al morbido
ideogramma delle labbra tese-

 

 

 
POESIA IN FORMA DI VECCHI E NUOVI APPUNTI RICUCITI

 

Francesco, Francesco, tutti i ragazzi
sono gentili quando vogliono scoparti,
ingenuo per esempio letto disfatto, ingenuo
snello cazzo di fragola,
uova rotte, nodo scorsoio
al preservativoindifferenza,
G. a Parigi per la solitudine e le Lettere e il sesso
D. al centro commerciale per una camicetta viola
F. nel mio incoerente sospiro blu e rossa vagina colla dell'essere;
morte, non urlare,ascolta,
sei pazza, viola del pensiero;
no,non ora, sto provando ad essere comprensibile
sto provando a togliermi i vestiti
assomiglio all'attore di Air America
e non prendo abbastanza medicine,
bellissima logica dell'essere gentile con me stesso
avulso dalla media della morte
in sterile alternativa
dischiudo e socchiudo squallide impossibilità
di spiegare un senso al vitale disordine
di vita, candida caviglia
storta e offerta ai sogni o al digiuno futuro
il suicidio come sempre trascurato
come fosse una tregua, una letterina,
la camicia a maniche arrotolate
del primattore che si sbraccia-
 

 


POESIA AUTOBIOGRAFICA SCRITTA NELLO STILE DI -

 


Perfettamente artista e per il mondo
tenero al sinistro appoggiare la bocca
macchiata al bordo della vena,
prestiti di sesso che mi tengo stretti
e niente star del cinema che non mi riguardano,
nemmeno piangere e piovere fossero sinonimi-
parlo della mia poesia, di come faccio
a scriverla e così vedrai i miei trucchi
sempre meno pesanti del tuo rossetto
sulla fica- senza lingua-
ma ho iniziato con la sincerità
da non mostrare a nessuno- guarda come faccio, adesso-
scrivere & vendere in vetrina- oggi, duemilatre-
momentaneo trentenne, e- ti ripeto- triste e poi
nella dolcezza di essere triste, niente feste ierisera, tradiscimi,
niente telefono,
solo lasciare cadere- Ucraina o Biafra, ma nell'anima-
un altro dente scheggiato, il quarto senza pensarci o fare l'amore
a casa sua- appena scopare
e venirle in bocca toccandola tra le gambe,
l'inquilina al piano di sopra sente tutto, altrimenti-

 

 

 
LETTERA SENZA ALLITTERAZIONI PER LEI PERSA OPPURE NON PIANTA

 

Dire fare baciare lettera per te persa oppure non pianta
-addio, tradiscimi con chi ti pare- scrisse Dario Bellezza
-l'aveva già detto prima di scriverlo- passando
vicino a casa sua, a Roma
sotto le impalcature mi sono visto- io- a commuovermi
-Mauro non se n'è accorto, forse-
(ti parlo per citazioni, vedi, credi di meritarti parole mie?)
aspetta, non smettere, non ti ho ancora detto tutto;
adesso ti dirò che cosa mi hai fatto
il 24 dicembre ho scopato Veronika come se fossi stata tu
sono troppo puro per te o per chiunque altra
dovrebbero mettere una mia fotografia accanto a ogni poesia di Sylvia Plath
sono sufficienti 8 ore di treno, 8 ore di treno, 8 ore di treno, sono
sufficienti,
dove il dolore dissolve e illumina
la tua sincerità
aria oppure sesso
a te solamente conosciuta
mi volto dall'altra
parte muta o comunque tolta-
sono un genio con una camicia di velluto-
leggimi se vuoi da Feltrinelli-
 

 

 

 

MIND TALKS REAL

 


venerdì, sabato d'acqua,
il mormorio della lavastoviglie- so che morirò-
nella cucina semioscura
un'altra dei multimiliardi di recite,
la prosa non ritorna alla penna
nelle riviste femminili-
dovrei andare a passeggiare in città,
un bambino e il suo lamento
mi passerebbero da un orecchio all'altro-
sottofondo di Edith Piaf
non, je ne regrette rien
la tristezza è tutti i finali strappalacrime
lasciarla alla stazione quasi in Belgio
dove l'autobus gira sotto Venere
Ofelia triste in una giacca di lana
penna rossa primo bacio
scarpe nella pioggia,
ho cercato di scrivere e non ci sono riuscito-
sono una bambola di porcellana e tu mi incrini
con le tue poesie di sbagli
fili ferrovie telefoni telepatia sangue,
tutto per il cuore,
formica rossa, pidocchio nero, noctua blu,
il colore è uno scherzo da due soldi d'alcol-
la formica trasporta un chicco di grano
ma è per motivi suoi,
mi piacevi quando facevi lezione ai tuoi studenti,
ubriaco in Francia con i capelli troppo corti-
rami secchi si incurvano, Vespertine nel lettore,
malinconia stradale-
Maria Maddalena, intimo blu, panni appesi a asciugare
stile occidentale della morte-
mi sono seduto su una scatola di cartone
a guardare la mia mano sovraesposta nella luce
che si rovesciava dalle case
Depardieu legge Rimbaud,
l'anarchiste couronné aperto sul pavimento,
il disco rigato, graffia la puntina,
mentre cammino con le mani in tasca,
Acquario, oggi un respiro più profondo,
lezioni universitarie e gemiti nei letti
e impantanati nell'acqua marcia, mestruazioni di strega,
mirtilli di fosso- i bisbigli dell'intelletto
in cerchi perfetti intorno alla mia sedia
una lei è a un primo piano in una strada di Firenze,
e dice io sono la crocerossina,
l'anno scorso sotto il diluvio
nelle finestre di fronte alla replica di Baise Moi,
con un maglione nero a collo alto
le accarezzai il seno nel mondo-
36 gradi sotto i vestiti
sensibilità è sexy intelligenza è sexy
signorina centralinista ti sei confusa
la pioggia piove su se stessa, la radio si zitta,
un altro diluvio dopo di me ieri,
qualunque cosa sia è triste e nostalgica
parlo con il telefono occupato
sono il ragazzo più sensibile
siediti sulle mie ginocchia, mi vergogno,
quante volte questa città a quest'ora
a questi stessi angoli delle case
faceva freddo per una fantasia pornografica
quando ho incontrato sulla porta andandomene
A. che mi tradiva, le portai sfortuna-

 

 

 

REGISTRAZIONE PARTE 2

 

ma io avevo un anno e un impermeabile rosso mia madre i capelli lunghi lisci di rame al viso ovale
io un fiore nella mano minuscola una margherita la polaroid impazzita di luce;
ma com'è che inizia no niente la cugina incinta a 18 anni morta di parto
assassinata dal medico nello spiovente del muro il rintocco di uccelli bagnati,
avvizzita non è molto ma è già te, io,
ci siamo avverati, anche se la finestra della quarta dimensione non ha bisogno di scale rette da passanti ingannati e allora non ruberanno più libretti di risparmio al portatore né salvadanai e non interverranno con le domande i Carabinieri del 1958 né con le risposte la grande influenza del 1918
siano braccia o siano bocche o celle o quasi arnie andò così fortuna o sfortuna
e i quartieri occidentali della città
una finestra finta ascensori di fiori bruciati
il primo anno e mezzo dell'occupazione nazista
i palazzi coi camini bianchi antincendio
la luce riflessa accecante sulle mansarde del sesso e delle studentesse
la nonna in campagna coi piedi scalzi nella terra fradicia
la pertica il bastone per i maiali e i rovi per la paura di Maria e i sassi
e il grano l'avena e anche una macchia nella luna e una nei polmoni capovolta nella radiografia
io no io non ti ho rivista mai
dai tempi della lettera nella culla con le sbarre o poco più tanto che adesso vai in discesa per tornarci te ne accorgi che ci vorrà un farmacista una strega una ballerina filo triste figurina stilizzata quando ti disegnai credetti tu fossi la Luna
ma oggi ero alto pochi centimetri "ero aria" accanto alla   buca nei prati la mia sorellina in vestitini seppia in abitini da fotografia quella bambina di tre anni tornerà? non più ormai,
mucchio di foglie rossicce dove ti pesco pidocchio rubato dal colletto nel diario del ladro dicevi che era difficile la sciarpa sulla spalla del golfino difficile essere pulito più difficile essere anemone blu natura morta guarda come sei diventata, rompi la palla trasparente, zingara fuori della grazia di Dio coi fazzoletti la scopa sfrangiata il manico il manico
ovuli che lottano
non fermate la ghigliottina
io il tuo chicco di riso mi clonerò di veleno sarò magico una stilografica persa un'ustione da ferro da stiro dita dentro la fica rocchetti di filo
non venire Gesù Cristo burattino rosso chi scoperà di me non avrà fili
terra di vaso da fiori riprenditi il tuo verme piscia via i programmi TV visti senza guardare un fachiro ignorante la stufa col gomito chi ero se è vero che rifeci il sogno dei bagni allagati di scuola io a piedi scalzi ma venne con gli occhi interrogativi e neri mi si appese al collo e mi spinse verso il divano la scopai tre volte quella settimana e dopo un preservativo e una goccia di sudore sul pavimento -salvo libero tutti-
tanto per tradirti ti scrivo, ti immagino fissare la dicondra, fili d'erba ti pendono dalla bocca non puoi masticarli sono ciuffi sono capelli grigi messi in piega dal tempo avaro condomino occhi velati un perché sei morto
hai l'ombelico slegato seno che duole vagina asciugata "sei sposato" "no, nonna, con chi" "con tua sorella" vale di più l'oscenità detta oppure quella delle labbra bianche
non importa più
anche le mie parole sono a vanvera
siamo uguali allora
mamma era bella di profilo contro la casa di cura
il viso al freddo di marzo il mento alto parlando tutta trattenuta e rispondendo picche fiori alle briciole stonate della tua presenza, eri magrissima e respingesti l'abbraccio come da giovane la bambina malvoluta che non aveva mai visto me ti si nascose come un topolino dietro le gambe
-il pazzo con la moneta fra le labbra era la ragione-
nonno tu avesti un ictus un'estate di api un edema polmonare
sei tornato spesso, no, non tanto- una voce nello sgabuzzino pieno solo di vecchi attrezzi eri tu quella notte a casa di M., dopo essere venuti insieme sul lenzuolo- io?- ma facciamo le pulizie
scatole e fili hanno detto la loro tu pure io ero senza amici a scuola fra i ragazzini io ero solo i voti in italiano e in francese la paura di staccarmi il ***** quando mi masturbavo
a giugno avevo un golfino leggero blu lucido tu eri morto a guardarti nel tuo coma per vedere di parlarne al presente ma piangere per la morte non è ancora piangere una molecola in equilibrio sulla punta dell'ombrello di Mary Poppins
è solo quell'istante e chi se ne fregherebbe del dopo
e dov'erano le Muse con imitazioni nude di Gesù
anticoncezionali nodi impossibili di lenzuola sporche accuse contro l'anno che fugge via a dire a una ragazza il contrario del suo subconscio se Jung aveva visto giusto
il vento che spazza la perpetua che strascica
il frastuono della metropolitana
il sole come il giorno dei Morti
ci sei passata
bellezza spenta della maestrina
riprendi la cornetta nera del telefono
eri la linea eri la rosa tagliata
eri la vasca da bagno eri i sistemi solari
un muro blu di pagine ma falso babau che saltano dalla scatola regalo
con un bacio a labbra anch'esse blu giganti
un pianerottolo una smorfia idiota alle nudità del giorno
come il sole non è toccato dalle cose mondane
scalda le spalle sotto il maglione nero
non vino al vino non corpo al corpo non me a te
la guancia di carta velina l'assoluzione dell'occhio
i lineamenti spostati di un niente come un film porno-


 

ALTRI FUTURI O INNAMORATI

 

 

"al morbido ideogramma delle labbra tese"
perfezioni d'amor perdute, sia benedetta l'aspirina
addormentandomi fra l'armadio e la stufa elettrica stasera
due ragazze straniere frusciano nel buio sotto vuoto santo, quasi ultrasuoni morbidi
il mormorio in strada, il vetro della finestra, l'imbrunire- io-
a braccetto continuamente
o a braccetto con lei nell'ombrello di tela cerata trasparente
cartone animato malinconico malinconico malinconico
mi sbottono i polsi della camicia bianca, devo prendere la penna e registrarmi-
l'orgasmo, cardo pungente, non sei tu ma non lo posso scrivere
senza togliermi il cappotto, sbracciarmi, abbassare la voce-
giorno di Gennaio con la mia mano fra la stoffa e la pelle del seno
avanzi di Cecoslovacchia, avanzi di catalogo di moda
la mia mano sugli alfabeti bagnati, meglio essere ciechi
la mia mano sul muretto rosso, mattoni gelidi, meglio essere fidanzati
mi ripiego in quanti pupazzi di zucchero
un uccello grigio mi schizza acqua dal marciapiede mentre cammino oggi
 

 


PUPAZZO DI ZUCCHERO

 

capelli arancio, Superpensieri azzurri
le mattine passano nelle camere vuote
mia sorella la spaventapasseri coi legamenti spezzati
sul letto di sole donne, io quasi
ma queste frasi le avevo già scritte un anno fa
siete tutti invitati a venire a veder girare la Terra
galassie ripetute in fede e perfezione
cos'è che ho battuto a macchina finora
l'astratto che mi ha sedotto
quando mi piaceva essere una ragazzina
che si eccitava alla mia faccia nello specchio
spaventapasseri coi capelli umidi, appena tagliati
le caviglie mozzate all'altezza del letto
insieme al mio profilo più carino
in una foto che ho mostrato in giro a troppe persone
una ragazza coi capelli tinti di blu legati male
sdentata occupa uno sfondo vuoto di due dimensioni soltanto-
folle si sbracciano nello specchio
tutti i personaggi in cerca d'autore-
io un Io infilato in un buco senza un'ambizione
o il desiderio di rinascere come nuovo,
lei sciupata, sensuale, con lo sguardo perso,
entrambi preoccupati come Kafka e la sorella di Gregor S.
questo è lo stesso letto dove mi mancava che lei mi toccasse-
ma chi aveva tanta ansia di baciarmi- sei morta-
Venere è troppo bianca per essere me
come faccio a essere sempre così antipatico come una ragazza-

 

 

 

 


postato da: francescoghezzi alle ore 19:21 | link | commenti (4)
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